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Riccio o dromedario? Una IA ci dirà da quale animale arriverà il prossimo Coronavirus

Quella che stiamo ancora vivendo potrebbe essere la prima di una serie di pandemie. Non vogliamo essere dei portatori di sventura, sia chiaro, ma è quello che molti esperti ci hanno raccontato in questi mesi. Ancora non sappiamo quale animale dobbiamo “ringraziare” per il SARS-CoV-2, se il pipistrello o il pangolino, ma quello che è sicuro è che mai come oggi la tecnologia può aiutarci a prevedere e gestire situazioni di questo tipo.

È con questo spirito che un gruppo di scienziati ha deciso di affidarsi all’intelligenza artificiale per capire da quale animale potrebbe emergere il prossimo coronavirus. Usando una combinazione di biologia di base e machine learning, l’algoritmo che hanno sviluppato ha emesso una dura sentenza: ci sono molti più potenziali ospiti di nuovi ceppi di virus rispetto a quelli rilevati in precedenza.

Lo studio, pubblicato su Nature Communications, ha coinvolto il virologo dell’Università di Liverpool Marcus Blagrove. “Vogliamo sapere da dove potrebbe arrivare il prossimo coronavirus. Un modo in cui vengono generati è tramite la ricombinazione tra due coronavirus esistenti, perciò due virus infettano la stessa cellula e si ricombinano in un virus figlio che sarebbe un ceppo totalmente nuovo“.

I ricercatori hanno lavorato per insegnare al sistema a individuare i virus e capire quali specie ospitanti avessero maggiori probabilità di diventare una “fonte di ricombinazione”. Per prima cosa hanno usato l’apprendimento automatico (machine learning) per prevedere le relazioni tra 411 ceppi di coronavirus e 876 potenziali ospiti (specie di mammiferi).

Il passo successivo, quello fondamentale al fine di una predizione accurata, è stato quello di ricercare le specie in grado di ospitare più virus contemporaneamente, ossia di essere coinfettate e dare vita a un nuovo ceppo. I ricercatori hanno trovato almeno 11 volte più associazioni tra specie di mammiferi e ceppi di coronavirus rispetto a quanto noto finora. Stimano inoltre che ci siano oltre 40 volte più specie che possono essere infettate da quattro o più coronavirus rispetto a quanto osservato.

“Dato che i coronavirus vengono spesso sottoposti a ricombinazione quando coinfettano un ospite, e che SARS-CoV-2 è altamente infettivo per l’uomo, la minaccia più immediata per la salute è la ricombinazione di altri coronavirus con SARS-CoV-2”, ha affermato il dottor Marcus Blagrove. Lo zibetto asiatico delle palme e il pipistrello “ferro di cavallo maggiore”, ad esempio, possono ospitare rispettivamente 32 e 68 diversi coronavirus. E in specie come il riccio comune, il coniglio europeo, il pipistrello giallo asiatico minore, il cercopiteco verde e il dromedario, l’algoritmo ha previsto che Sars-CoV-2 potrebbe ricombinarsi con altri coronavirus esistenti.

Gli scienziati affermano che le loro scoperte potrebbero aiutare a capire dove concentrare la ricerca di nuove malattie e prevenire la prossima pandemia prima che inizi. “Questo non è un motivo per demonizzare queste specie“, ha sottolineato la dottoressa May Wardeh, a capo dello studio, sottolineando che la “propagazione” di virus nelle popolazioni umane tende ad essere collegata ad attività come il commercio di fauna selvatica e l’agricoltura.

Inoltre, i risultati si basano su dati limitati e determinati assunti nel caso di alcune specie. Ciononostante, i ricercatori ritengono che i risultati potrebbero ridurre il rischio di diffusione di nuovi coronavirus nell’uomo. “È praticamente impossibile esaminare tutti gli animali per tutto il tempo, quindi il nostro approccio consente di definire delle priorità” e trovare i virus mentre si ricombinano. “Se riusciamo a trovarli prima che entrino negli esseri umani“, ha detto il dottor Blagrove. “Allora potremmo lavorare allo sviluppo di farmaci e vaccini e su come impedire che entrino negli esseri umani“.