Alla fine di marzo si è tenuto l’evento Ignition della NASA per mostrare quello che sarà il futuro dell’esplorazione spaziale statunitense, così da rivaleggiare con la Cina. Tra i temi toccati c’è quello dell’energia nucleare che sarà uno dei pilastri non solo per la base lunare permanente ma anche per i futuri razzi spaziali. In particolare, per quest’ultima opzione, dopo aver concluso in anticipo il programma DRACO, ora si guarda alla navicella Space Reactor-1 Freedom che potrebbe debuttare alla fine del 2028, sfruttando anche alcune componenti del Lunar Gateway, ormai considerato cancellato.

Negli scorsi giorni l’amministrazione Trump ha diffuso un memorandum da parte dell’Office of Science and Technology Policy (OSTP) che ha ufficialmente avviato la National Initiative for American Space Nuclear Power. Si tratta di un programma che punta a portare all’operatività l’utilizzo dell’energia nucleare nello Spazio. Le tempistiche sono stringenti e se un reattore potrebbe essere in orbita già entro la fine del 2028, un reattore nucleare lunare potrebbe essere pronto al lancio entro il 2030.

In questo modo l’amministrazione Trump vuole puntare senza mezzi termini su questa tecnologia indicando come gli Stati Uniti “guideranno il mondo nello sviluppo e nel dispiegamento dell’energia nucleare spaziale” per esplorazione, commercio e difesa. La strategia si basa su un approccio parallelo dove NASA, Dipartimento della Guerra (DoW, in precedenza DoD) e Dipartimento dell’Energia (DoE) condurranno sperimentazioni indipendenti ma coordinate per sviluppare reattori a bassa e media potenza per orbita e superficie lunare. Si passerà poi ai sistemi ad alta potenza per gli anni ’30.

Per quanto riguarda la NASA, l’agenzia spaziale dovrà iniziare lo studio entro un mese, con una variante per la superficie lunare (Fission Surface Power, FSP) e un’opzione per la propulsione elettrica nucleare (NEP) che sarà impiegata per Space Reactor-1 Freedom. Come requisito minimo c’è la produzione di 20 kWe per 3 anni in orbita e 5 anni sulla superficie della Luna. Ci sarà una certa flessibilità, con le prime unità che potrebbero avere una potenza di 1 kWe (riducendo costi e rischi iniziali) ma con almeno un modello che punterà nei prossimi anni a potenze nell’ordine dei 100 kWe.
Il DoW punta a dispiegare un reattore nucleare operativo nello Spazio entro il 2031 con il DoE che invece fornirà assistenza a entrambe le realtà dal punto di vista tecnico, tecnologico fornendo anche l’uranio nel caso ci sia scarsità di approvvigionamento.

L’energia nucleare sarà uno dei punti cruciali sia per superare i limiti della propulsione chimica per i viaggi verso destinazioni come Marte (o oltre) ma anche per stabilirsi permanentemente in avamposti lunari o marziani. La Russia ha già dichiarato più volte di essere interessata a sviluppare questa tecnologia e nel 2022 erano stati rilasciati alcuni dettagli sul programma Zeus. Roscosmos soffre però di alcune problematiche legate al budget che non potrà essere coperto solamente da Rosatom. Anche la Cina ha una buona esperienza nell’utilizzo dell’energia nucleare civile e difficilmente lascerà intentata questa strada anche per lo Spazio.