Michael Burry, l’investitore reso celebre da The Big Short (La Grande Scommessa) per aver anticipato il crollo dei mutui subprime nel 2008, ha deciso di chiudere Scion Asset Management. La Securities and Exchange Commission ha registrato la terminazione del fondo il 10 novembre (via CNBC), segnando la seconda uscita di scena dell’investitore dopo la chiusura del 2008. Burry ha comunicato agli investitori che entro la fine dell’anno restituirà il capitale, mantenendo soltanto un piccolo accantonamento per obblighi fiscali e di revisione.
La decisione arriva in una fase in cui le sue valutazioni sul mercato divergono profondamente dai prezzi. Secondo quanto riportato da più fonti, Burry ritiene che l’attuale ciclo rialzista – sostenuto dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale – abbia portato le valutazioni azionarie troppo lontano dal valore intrinseco. L’indice NASDAQ, con un rapporto prezzo/utili proiettato vicino a 30 volte, supera nettamente la media decennale, mentre anche società con profittabilità limitata hanno beneficiato dell’ondata speculativa.

Un elemento centrale della nuova “grande scommessa” di Burry riguarda le sue posizioni ribassiste su NVIDIA e Palantir. Documenti regolatori mostrano l’acquisto di opzioni put per un valore di circa 187 milioni di dollari contro NVIDIA e un’operazione più contenuta ma altamente mirata contro Palantir, dove l’investitore ha indicato di aver ottenuto il diritto di vendere 50.000 azioni a 50 dollari. L’acquisto di un’opzione put è spesso una strategia speculativa su un calo del prezzo dell’asset, oppure una forma di assicurazione (hedging) per proteggere un investimento da una potenziale perdita.
Le critiche di Burry non si limitano ai prezzi dei titoli. L’investitore accusa infatti i principali hyperscaler – tra cui Microsoft, Google, Amazon, Meta e Oracle – di aver esteso in modo artificiale la vita utile dei propri asset hardware, in particolare GPU e server utilizzati per l’infrastruttura AI. Secondo le sue analisi, il passaggio da tre a sei anni di ammortamento porterebbe a sottostimare la reale erosione del capitale, gonfiando i profitti dichiarati tra il 2026 e il 2028 per un totale stimato di 176 miliardi di dollari. Si tratterebbe, a suo dire, di una pratica contabile capace di alterare significativamente la percezione dell’effettiva redditività del settore.
Il quadro in cui si inserisce questo allarme è quello di un’espansione senza precedenti negli investimenti dedicati all’intelligenza artificiale. Le startup AI hanno raccolto oltre 100 miliardi di dollari nel 2024, quasi raddoppiando i livelli dell’anno precedente e raggiungendo valutazioni che in diversi casi superano multipli storicamente associati alle fasi più speculative, inclusa la bolla dotcom.
La comunità finanziaria resta divisa sull’interpretazione delle mosse di Burry. I sostenitori della crescita AI sottolineano che, a differenza della fine anni ’90, le big tech oggi generano flussi di cassa concreti dai servizi basati su AI, integrati nei prodotti esistenti e in alcuni casi responsabili di quote rilevanti dello sviluppo software interno. Nei giorni scorsi si sono espressi in merito anche i CEO di NVIDIA e AMD.
Altri evidenziano però che l’investitore aveva segnalato dinamiche analoghe già prima del 2008, quando molte analisi contrariate furono inizialmente ignorate.
Nonostante la sua reputazione di “Cassandra” dei mercati, il “track record” di Burry dopo il 2008 è stato discontinuo: diverse previsioni di correzioni non si sono concretizzate, e alcune scommesse ribassiste – incluse quelle contro Tesla – si sono rivelate costose.
Secondo alcuni analisti, la scelta di Burry rappresenta meno un ritiro definitivo e più una pausa tattica: il passaggio a un possibile family office, ovvero alla gestione esclusiva del proprio capitale o quello di una cerchia ristretta, gli consentirebbe di operare lontano dai vincoli regolatori e dalla pressione del mercato.
Resta la domanda iniziale: siamo davanti a un concreto segnale d’allarme o semplicemente il monitor di un investitore che vede costantemente eccessi, anche dove non ce ne sono?