Il segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick ha chiuso la porta all’ipotesi che Apple si rifornisca di memorie in Cina. “L’amministrazione Trump non è favorevole”, ha dichiarato in un’intervista al Wall Street Journal raccolta dopo la visita al nuovo centro produttivo di Apple a Houston, aggiungendo che devono esistere “altre soluzioni al problema della memoria, ma non che grandi aziende americane usino memorie cinesi”. Alla domanda se il messaggio fosse stato recapitato direttamente all’azienda ha risposto con una parola sola: “In modo chiaro”.
Dalla stessa intervista esce anche l’osservazione che Apple potrebbe procedere comunque: l’azienda cerca da mesi una via d’uscita dalla carenza globale di memorie che ha spinto i prezzi verso l’alto per tutta l’industria, e ha messo alla prova i chip di CXMT e YMTC. A giugno si era rivolta al Dipartimento del Commercio per mettere in chiaro la propria posizione prima di procedere.

Le due aziende cinesi non stanno nella stessa condizione. YMTC è nella Entity List del Dipartimento del Commercio, CXMT no. Il Pentagono le ha designate entrambe come aziende militari cinesi, una qualifica che segnala una preoccupazione di sicurezza nazionale senza vietare le forniture commerciali.
La licenza serve solo per i componenti su misura
Il vincolo su cui il Dipartimento del Commercio può fare leva riguarda la condivisione delle informazioni di prodotto: un’azienda americana ha bisogno di una licenza prima di trasmetterle a CXMT o a YMTC, e senza quelle informazioni un produttore non è in grado di costruire un componente personalizzato. È il perno di tutta la vicenda, e a scioglierlo è stata Apple stessa.
Il direttore operativo dell’azienda, Sabih Khan, ha spiegato al Wall Street Journal che Apple personalizza molti componenti dell’iPhone, ma che sulle memorie “non c’è molta personalizzazione”. Se il chip è un prodotto da catalogo non c’è progetto da condividere, quindi non serve alcuna licenza e non si presenta il momento in cui il Dipartimento potrebbe intervenire. L’obiezione di Lutnick sembra restare politica, perché allo stato delle regole non risulta uno strumento che la traduca in divieto.
Le pressioni arrivate prima di Lutnick
HP e Acer montano già memorie CXMT su prodotti venduti fuori dagli Stati Uniti, e nessuno le ha fermate. Apple si muoverebbe quindi su un terreno già battuto da altri, e la richiesta presentata a giugno serviva proprio a mettere in sicurezza quella strada. Sulla natura esatta di quella richiesta le fonti disponibili non coincidono: c’è chi la descrive come una domanda di autorizzazione all’acquisto di RAM destinata ai Mac e chi come la richiesta di una garanzia che CXMT non venga aggiunta alla Entity List.
A luglio un gruppo bipartisan di senatori ha scritto a Tim Cook chiedendo di rinunciare del tutto ai fornitori cinesi: la lettera fissava al 21 agosto il termine per un impegno formale, che l’azienda non ha ancora preso. Sempre a luglio il produttore statunitense di memorie Micron ha fatto pressione sulla Casa Bianca, sostenendo che consentire gli acquisti dalle aziende cinesi danneggerebbe la produzione interna. L’argomento dei senatori riguardava invece la dipendenza da un fornitore che il governo ha designato come azienda militare cinese.
Finché CXMT resta fuori dalla Entity List il quadro non cambia: l’inserimento in quell’elenco è l’unico atto che trasformerebbe la preferenza dell’amministrazione in una regola vincolante, e resta anche il rischio principale per Apple, perché una designazione successiva taglierebbe una linea di fornitura appena aperta e riporterebbe l’azienda al punto di partenza.