In queste settimane è tornato al centro di un dibattito archeologico-scientifico il manufatto noto con il nome di “batteria di Baghdad”, a seguito della pubblicazione sul numero 377 di Sino-Platonic Papers di uno studio di Alexander Bazes che riapre un caso nato quasi un secolo fa.
Ma che cos’è la “batteria di Baghdad”? Nel 1936 fu rinvenuto nei pressi di Khujut Rabu, grosso modo nella zona di Ctesifonte, antica capitale dell’impero dei Parti e successivamente dell’impero sasanide, un manufatto particolare: si trattò di un vaso di terracotta alto circa 15 centimetri contenente un cilindro di rame e una barra di ferro, sigillati con bitume e risalente, secondo le tecniche di datazione, tra il I secolo d.C. e il periodo sasanide. A due anni dal ritrovamento, lo studioso Wilhelm König che lavorava al museo nazionale iracheno, suggerì che il manufatto potesse funzionare come una cella galvanica primitiva, ipotizzando una sua applicazione tecnica (l’ipotesi principale fu l’elettroplaccatura) che avrebbe implicato una conoscenza empirica dei fenomeni elettrici già nell’antichità.

Gli elementi costituenti il manufatto ritrovato a Khujut Rabut nel 1936
Le ipotesi di König non hanno raccolto particolari consensi, e il reperto originale è andato perduto durante il saccheggio del museo nazionale dell’Iraq nel 2003, a seguito dell’invasione statunitense che aprì la guerra d’Iraq. L’indisponibilità del reperto ha quindi impedito la possibilità di sottoporlo ad analisi con strumenti moderni, che avrebbe consentito di sgretolare una parte del mistero attorno al manufatto. La teoria secondo cui si potesse trattare di una sorta di batteria “ante-litteram” è stata messa in dubbio dall’archeologo William Hafford dell’Università della Pennsylvania, il quale sostiene che le illustrazioni di König non ritraessero con precisione la struttura dell’oggetto, che sarebbe arrivato già frammentato al museo iracheno, ma una ricostruzione. Hafford nota inoltre che nel contesto storico della Mesopotamia tardo-antica vi sono numerosi reperti simili, provenienti da Seleucia e Ctesifonte, spesso contenenti più cilindri di rame e residui di papiro, associati a ciotole magiche sepolte come forma di protezione rituale contro demoni e malattie. La presenza dei metalli avrebbe avuto un valore simbolico o apotropaico, non tecnico. Anche la corrosione di ferro e rame, frequentemente citata come indizio di reazioni elettrochimiche, potrebbe essere spiegata dal suolo iracheno ricco di sali e umidità.
Lo studio di Bazes ha però spostato il baricentro della discussione verso una ricostruzione tecnica più articolata, partendo da una serie di dettagli a cui è dato scarso peso in passato, come la porosità del vaso in terracotta e la presenza di saldature di stagno sul cilindro di rame, dettagli difficili da giustificare se l’oggetto fosse stato un semplice contenitore. A partire da questi elementi Bazes propone un modello a doppia cella, in cui il vaso agirebbe da separatore poroso. All’interno opererebbe una cella rame-ferro, all’esterno una cella aria-stagno alimentata da un elettrolita basico come la liscivia, già allora conosciuta e usata per la saponificazione. Collegate in serie, le due celle sarebbero in grado di generare oltre 1,4 volt, un valore paragonabile a quello di una moderna pila AA.

Gli esperimenti riportati da Bazes mostrano che una simile configurazione può produrre effetti elettrochimici chiaramente visibili: corrosione accelerata, elettrolisi, incisioni superficiali. Questo risponde a una delle critiche più frequenti alle interpretazioni “elettriche” del reperto, cioè la presunta incapacità di generare una differenza di potenziale utile a qualsiasi impiego. Allo stesso tempo, Bazes prende le distanze dall’ipotesi dell’elettroplaccatura di gioielli, ritenuta priva di riscontri materiali e di un contesto artigianale coerente. Propone invece un uso simbolico o rituale: l’oggetto potrebbe essere servito a incidere o corrodere testi di preghiera su supporti deperibili, come carta o pergamena, rendendo visibile un’azione percepita come “energetica” o trasformativa.
Il dibattito è ben lungi dall’essere chiuso: lo studio di Bazes non permette di tracciare una conclusione netta, ma introduce una chiave di lettura che risolve alcuni punti deboli delle ricostruzioni precedenti, oltre a mostrare nel concreto la possibilità di un funzionamento elettrochimico dell’oggetto. Senza ancora uno scopo chiaro, allo stato attuale la batteria di Baghdad resta un oggetto quasi liminale, con la sua ambiguità culturale e sospeso tra il possibile, l’intenzionale e il fortuito. E ci ricorda quanto sia facile proiettare categorie e concetti moderni su un passato che parlava un linguaggio diverso dal nostro.