Giorgia Meloni tenta una nuova via legale per arginare la proliferazione dei deepfake generati dall’intelligenza artificiale.
L’operazione tecnica consiste nel deposito formale presso l’EUIPO (Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale) di un file audio della durata di 4 secondi, in cui la voce ripete la stringa vocale “Io sono Giorgia Meloni”.
L’obiettivo primario è trasformare un frammento biometrico in un vero e proprio marchio d’impresa commerciale, stabilendo uno sbarramento inedito contro le tecniche di clonazione algoritmica.
La stessa premier è stata, in passato, coinvolta in deepfake con la sua immagine e la sua voce che sono state utilizzate per creare contenuti falsi come quello legato a un’inesistente app di Elon Musk che prometteva guadagni assicurati.
Ricordiamo che nei mesi scorsi il Governo ha avviato una serie di iniziative legislative con l’obiettivo di regolamentare l’uso dell’IA in Italia, andando a colmare dei vuoti normativi che rischiano di diventare sempre più rilevanti.
La premier si difende contro l’IA
La documentazione, finalizzata in data 5 ottobre 2026, sposta la linea di difesa dai modelli generativi verso le maglie della proprietà intellettuale. Il deposito vincola rigidamente l’utilizzo del campione sonoro a 3 specifiche tipologie di mercato: la fornitura di contenuti multimediali scaricabili, la promozione di attività culturali e l’organizzazione operativa di eventi politici. L’impiego di software di sintesi per produrre file audio sintetici in questi ambiti costituirà un illecito civile sfruttabile immediatamente tramite richieste di takedown ai provider.
Il limite tecnico tra marchio sonoro e clonazione parametrica
L’iniziativa europea espande un framework normativo già in fase di stress test in Italia, segnato in primis dall’azione civile avviata nel 2024 contro un utente sardo responsabile di aver generato materiale pornografico sintetico. Mentre l’attuale legislazione nazionale sull’IA si concentra sull’aspetto penale, punendo la disseminazione non consensuale di contenuti alterati con pene detentive fino a 5 anni, il ricorso al registro marchi offre una tutela diretta, mirata ad aggirare le lentezze delle tradizionali indagini informatiche.
Sotto il profilo strettamente ingegneristico e del diritto informatico, la mossa palesa alcune incognite applicative. Un marchio sonoro tutela in modo rigoroso l’esatta sequenza depositata, non le frequenze complessive. Il nodo cruciale per la giurisprudenza europea sarà stabilire se i tribunali consentiranno di estendere tale protezione all’intera impronta spettrale dell’individuo, potendo così interdire preventivamente qualsiasi testo convertito in audio tramite un’architettura neurale addestrata in modo illecito sul dataset sorgente.