Gli stipendi nel settore tech? Sono ancora bassi. E i lavoratori su guardano intorno. L’analisi di Hays

I lavoratori del settore tech sono sempre più ricercati, e più della metà delle aziende del comparto è alla ricerca di nuove figure. Un fatto positivo per chi già opera nel settore, e che vede opportunità per vedere un salario migliore di quello attuale. Le aziende, infatti, sono restie ad aumentare gli stipendi ai propri dipendenti e, nello specifico, chi opera nell’ambito tecnologico ha pure una RAL inferiore alla media nazionale. Sono i dati che emergono da report Hays Salary Guide 2026, che evidenza anche un altro aspetto: lo stipendio è importante, ma lo sono anche i benefit e la possibilità di lavorare da remoto, opzione che non tutte le imprese offrono ai loro dipendenti. 

Le aziende tech sono alla ricerca di nuove figure, ma non sono disposte ad aumentare gli stipendi dei loro dipendenti

Giorgio Salvemme, Manager Hays

Il report di HAYS dipinge uno scenario non proprio affascinante per chi lavora nell’ambito tecnologico. A partire dalla RAL annuale media di queste persone, corrispondente a 50.730 euro, inferiori alla media nazionale di 56.360 euro. Se queste cifre sembrano molto elevate (la RAL media italiana, secondo le stime ufficiali, è inferiore ai 32.000 euro), questo è dovuto alle aziende prese in esame da Hays (il campione è composto da 1.300 lavoratori, tutti colletti bianchi), che offrono salari superiori alla media italiana. 

Chiarito questo punto, rimane il fatto che i lavoratori dell’ambito tech, che ora sono anche più ricercati come emerge dall’analisi, hanno stipendi solitamente inferiori ai colleghi che operano in altri ambiti. Come ci ha spiegato Giorgio Salvemme, Manager di Hays, questo è dovuto al fatto che “non operano nel core business dell’azienda, ma operano in funzioni di supporto“. Tradotto in termini più semplici: per la maggior parte delle imprese del campione, la figura centrale è ancora quella del venditore. Differente è il caso delle realtà dove la tecnologia rappresenta il cuore del business aziendale: in questi casi, la differenza si assottiglia. Ma, nell’analisi di Hays, questa tipologia di imprese rappresenta una percentuale bassa del campione, attorno al 15/20%. 

Spicca però il fatto che, nonostante queste aziende siano alla ricerca di figure specializzate in ambito IT, preferiscano cercare nuovi talenti piuttosto che valorizzare quelli già inseriti nell’organico, che ricevono incrementi di stipendio stimati attorno al 2/5%, contro il 15/20% che solitamente si riesce a ottenere cambiando azienda. Un atteggiamento “molto italiano”, per dirla alla Stanis di Boris, che inevitabilmente genera un circolo vizioso: chi ha già maturato esperienza si guarda attorno alla ricerca di nuove posizioni per ottenere un compenso superiore.

Questo è dovuto anche al fatto che, come spiega Salvemme, “è più difficile costruire percorsi di crescita personalizzati per queste figure“.

Va anche detto che lo stipendio non è l’unico aspetto che spinge una persona a cercare nuove opportunità: benefit e la possibilità di lavorare da remoto hanno ancora un peso importante nelle scelte dei lavoratori. I benefit, tra l’altro, non sono necessariamente quelli classici, come l’auto aziendale: oggi si predilige la possibilità di non lavorare oltre le 40 ore settimanali, e di non dover sottostare alla reperibilità.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale e il problema dello skill gap

Sul fronte delle competenze il problema non è più negato, ma resta irrisolto. Professionisti e aziende riconoscono lo stesso skill gap, senza però riuscire a colmarlo. Il 49% dei lavoratori del settore tech afferma di possedere competenze utili, ma di doverle aggiornare costantemente, lamentando un supporto insufficiente da parte dei datori di lavoro, spesso limitato all’accesso a piattaforme online.

hays

Dal lato delle imprese il quadro è speculare: quasi tutte dichiarano di aver riscontrato un gap di competenze negli ultimi dodici mesi e rispondono soprattutto con formazione interna, workshop e strumenti di e-learning. Soluzioni diffuse, ma che non sembrano ancora intercettare in modo efficace i bisogni percepiti dai professionisti.

In parallelo cresce l’adozione dell’intelligenza artificiale, sempre più integrata nelle attività quotidiane e vissuta come leva di supporto operativo. Nel settore tech il 67% dei professionisti dichiara di utilizzarla regolarmente sul lavoro, ben al di sopra della media nazionale del 52%. I benefici più citati riguardano l’analisi dei dati, l’aumento di produttività ed efficienza e il supporto alla creatività. Un atteggiamento complessivamente positivo che si traduce in una forte domanda di competenze: l’88% degli intervistati si dice disposto a partecipare a corsi o workshop dedicati all’IA. 

Il quadro che emerge è quello di un settore in equilibrio instabile: la domanda di competenze cresce, ma il riconoscimento economico e professionale fatica a tenere il passo. Finché la tecnologia resterà una funzione di supporto e non un asset strategico, il rischio è che lo skill gap continui ad ampliarsi, alimentando turnover e frustrazione in uno dei comparti più critici per la competitività delle imprese.