Gemini sotto accusa in Ungheria: per l’avvocato Ue può violare i diritti degli editori

Il 3 novembre l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea Maciej Szpunar ha proposto ai giudici di riconoscere che i chatbot basati su LLM possono violare i diritti degli editori. Succede quando recuperano in tempo reale articoli di stampa online e li riusano per rispondere agli utenti, in certe circostanze. Il parere riguarda il caso C-250/25, in cui l’operatore ungherese di portali web Like Company contesta a Google Ireland l’uso dei propri articoli da parte di Gemini. È il primo procedimento sull’intelligenza artificiale generativa ad arrivare alla Corte di giustizia. Szpunar distingue l’addestramento dei modelli, che ritiene di norma lecito, dalle risposte del chatbot, dove la violazione è possibile.

Like Company rivendica la protezione sugli articoli pubblicati sui propri portali in base al diritto connesso che l’articolo 15 della direttiva 2019/790 riconosce agli editori di giornali per l’uso online delle loro pubblicazioni. Sostiene che Google li abbia usati per addestrare i modelli di Gemini e che li abbia riprodotti e messi a disposizione del pubblico tramite il chatbot, ripetutamente, tra il 13 giugno 2023 e il 31 maggio 2024. Il Tribunale regionale di Budapest ha sospeso il procedimento e rivolto quattro questioni pregiudiziali alla Corte, con un rinvio che risale ad aprile 2025. Due questioni riguardano l’addestramento, due le risposte del chatbot.

Addestramento e risposte del chatbot

Le due questioni sull’addestramento, secondo Szpunar, sono irricevibili: non risulta alcuna prova che gli articoli di Like Company siano stati usati per addestrare i modelli di Gemini, e l’addestramento di un LLM non è una forma di “uso online” delle pubblicazioni di stampa, quindi le domande sono ipotetiche. Per completezza, l’avvocato generale suggerisce comunque che usare opere e materiali protetti per addestrare un LLM sia, di norma, liberamente consentito dall’eccezione per il text and data mining (articolo 4 della stessa direttiva).

Restano le risposte del chatbot, le uniche rilevanti per il giudizio nazionale. Gemini usa la tecnica Retrieval-Augmented Generation (RAG, detta anche grounding), che consente ai modelli di raccogliere informazioni dal web in tempo reale per migliorare accuratezza e affidabilità delle risposte; per le domande sull’attualità il chatbot recupera spesso articoli di stampa disponibili online. Quando un chatbot basato su LLM recupera una pubblicazione dal sito di un editore, la riusa per generare una risposta e la fornisce all’utente, afferma Szpunar, il diritto dell’editore può essere violato in determinate circostanze.

I criteri per stabilire la violazione

Il diritto degli editori non protegge i fatti riportati negli articoli, ma solo la loro forma espressiva specifica, con l’obiettivo di tutelare l’investimento necessario a produrre una pubblicazione e senza concedere agli editori alcun genere di monopolio sulle notizie. Per Szpunar, la riproduzione dipende quindi da due elementi. Il primo è se il chatbot abbia avuto accesso illecito alla pubblicazione, in particolare aggirando misure tecniche efficaci, come un paywall, pensate per limitare l’accesso o lo scraping. Il secondo è se la risposta si limiti a riportare i fatti contenuti nell’originale oppure ne riusi la forma espressiva in modo riconoscibile, al punto che l’utente, leggendola, non ha più bisogno di consultare la pubblicazione.

Il diritto di messa a disposizione del pubblico è violato, di norma, quando la forma espressiva della pubblicazione è sistematicamente riconoscibile, nel senso appena descritto, nelle risposte date dal chatbot a richieste affini. Il fornitore del chatbot risponde di questi usi quando sono inerenti al suo modello di business oppure quando non ha adottato misure adeguate per contrastarli in modo credibile ed efficace.

Una sentenza contraria a Google potrebbe costringerla a pagare per l’uso di questi contenuti. Per testate come Like Company sarebbe una boccata d’ossigeno: il loro traffico pare in calo man mano che i riassunti scritti dai chatbot sostituiscono i risultati dei motori di ricerca, quelli che includono i link ai siti degli editori. La pronuncia potrebbe inoltre chiarire come i chatbot di tutta l’Unione debbano rispettare il diritto degli editori introdotto dalla riforma del diritto d’autore del 2019.

Google sostiene che Gemini non memorizza gli articoli e che eventuali output in violazione ricadrebbero nelle eccezioni per le copie temporanee e per il text and data mining. Contesta inoltre l’applicazione del diritto ungherese, perché Gemini non è stato addestrato in Ungheria. Il parere dell’avvocato generale non vincola la Corte, anche se i giudici lo seguono nella maggior parte dei casi. I giudici hanno avviato la deliberazione e la sentenza è attesa nei prossimi mesi.