Si parla spesso di cloud come se fosse un’entità astratta e incorporea, in grado di assorbire qualunque esigenza di calcolo o archiviazione in maniera quasi magica e senza limitazioni. In realtà la “nuvola” è estremamente fisica e richiede risorse significative, a partire dallo spazio. Durante l’OVHcloud Summit 2025 abbiamo avuto occasione di visitare uno dei data center dell’azienda francese che fa parte della regione 3AZ di Parigi. Abbiamo visto da vicino (e toccato con mano) come si presenta il cloud e abbiamo scoperto che è… rumoroso.
Dentro un data center di OVHcloud
Le regioni 3AZ di OVHcloud sono particolari, perché prevedono la presenza di tre data center distinti collocati ad almeno 30 km di distanza l’uno dall’altro. L’idea è che, nel caso ci siano problemi che vanno da un banale cavo tranciato per arrivare a catastrofi come incendi e terremoti, avendo tre data center distanti tra loro è possibile mantenere comunque i servizi operativi. Si tratta dunque di un’opzione per quei servizi che devono funzionare sempre: si pensi dunque a banche, governi, difesa e così via.
OVHcloud non è necessariamente proprietaria dell’edificio in cui vengono ospitati i suoi server. Come ci ha spiegato Georges de Gaulmyn, Chief Industrial Officer di OVHcloud, l’azienda opera infatti in tre modi: con data center interamente di sua proprietà, con altri in cui affitta uno spazio esclusivo e altri ancora in cui opera in co-locazione (o, usando l’inglese, colocation), ovvero condividendo lo spazio con altre aziende. Nel primo e nel secondo caso l’azienda impiega la sua tecnologia di raffreddamento a liquido, che le consente di ottenere la migliore efficienza energetica del settore.
Il data center che abbiamo visitato, così come gli altri della regione 3AZ di Parigi, è di questo secondo tipo: l’edificio è infatti di proprietà di Switch, la quale affitta a OVHcloud un intero piano. Il processo per entrare è estremamente rigoroso: la registrazione prevede un controllo dei documenti e l’uso delle impronte digitali, che vengono verificate all’ingresso. Ogni porta richiede che la tessera individuale venga scansionata sia all’ingresso, sia all’uscita. Il livello di sicurezza, dunque, appare massimo.
Per entrare nella sala server vera e propria è necessario indossare dei tappi per le orecchie: il rumore è assordantee, anche usando i tappi, risulta molto elevato. Tale rumore è dovuto sia alle ventole, sia alle pompe che fanno funzionare il raffreddamento a liquido. Questo funziona in due modi: per gli apparati di rete, sul retro di ogni armadio da rack sono posizionate delle serpentine in cui passa dell’acqua fredda e attraverso cui delle ventole fanno passare l’aria, un po’ come avviene in un sistema da PC desktop; per i server, invece, c’è un collegamento diretto.
Abbiamo potuto vedere un server fuori dall’armadio: si tratta di unità progettate e costruite dalla stessa OVHcloud e pensate per ottimizzare ogni singolo aspetto, a partire proprio dal raffreddamento. Un waterblock è posizionato sul processore e presenta due tubi in rame: uno per l’acqua fredda in ingresso e l’altro per l’acqua calda in uscita. Tali tubi vengono poi collegati a tubi in gomma che portano l’acqua dal sistema di ricircolo al singolo server. Il sistema è pensato per essere facile da installare: i tecnici ci hanno detto che per completare l’installazione di un intero rack sono necessarie circa due ore, più ulteriori 3-4 ore per verificare che tutto funzioni correttamente. In meno di una giornata, insomma, è possibile avere un intero rack operativo.
Un aspetto interessante dei server è che sono ridotti all’ossodal punto di vista del case: quelli che abbiamo visto hanno altezza 1U e sono composti da una lastra di metallo su cui è avvitata la scheda madre, sopra la quale è posta una protezione di plastica che incanala anche l’aria sopra ai moduli della RAM. OVHcloud usa una quantità minima di materiali, il che porta a risparmi nell’assemblaggio, ma non solo: consente anche infatti di ridurre al minimo lo spazio occupato e di ottenere, dunque, una maggiore densità, con tutti i vantaggi del caso (minore consumo di spazio, migliore efficienza nel raffreddamento, ecc).
Non abbiamo potuto fare fotografie del sistema di ricircolo dell’acqua per ragioni di segreto industriale, ma è imponente e mostra l’attenzione di OVHcloud a questo aspetto. A ulteriore riprova di ciò, l’azienda ha un sistema di backup pronto a entrare in funzione nel caso in cui ci siano problemi con quello principale.
Una scala colossale
L’esperienza è stata senza dubbio interessante, in particolare perché ci ha permesso di vedere da vicino come OVHcloud gestisca diversi aspetti, dalla sicurezza fisica fino all’assemblaggio dei suoi server. Ci ha consentito anche di vedere in prima persona il sistema di raffreddamento progettato e realizzato dall’azienda, che è uno dei punti chiave della sua strategia nonché dei principali elementi differenzianti rispetto ai concorrenti.
Poter toccare e vedere il cloud in prima persona è stato un privilegio concesso a pochi che, come dicevamo in apertura, ci ricorda come sia in realtà un’entità molto fisica, che occupa spazi enormi e richiede risorse significative, a partire dagli ingenti investimenti che sono necessari. La scala di un singolo data center è impressionante quando vista di persona e lascia a bocca aperta: figuriamoci pensare alle migliaia di centri sparsi per il globo. È proprio pensando a questo che si capisce l’importanza della tecnologia di raffreddamento di OVHcloud, che consente di ottenere una densità altrimenti inarrivabile e, dunque, di consumare meno spazio; dall’altro lato, vengono ridotti i consumi energetici; da ultimo, il ricircolo costante dell’acqua nel sistema di raffreddamento ne riduce al minimo il consumo, altro elemento estremamente importante. Per dirla, dunque, alla francese: chapeau.