Un malware può usare un modello linguistico per modificare il proprio codice e decidere come proseguire un attacco. Come si individuano queste minacce? E come si controllano gli agenti impiegati nelle aziende? Ne abbiamo parlato con Renzo Ghizzoni, country leader security sales di Cisco. Dalla ricerca di Talos alle competenze degli analisti, emerge la necessità di aggiornare strumenti e processi di difesa.
CAIRN cerca le tracce dell’IA nei malware. Gli agenti richiedono zero trust
“È diventato fondamentale cambiare l’approccio con cui si fa la difesa”, spiega Ghizzoni. Occorre analizzare più varianti e ricostruire l’orchestrazione degli attacchi. Un malware può, per esempio, interrogare un modello linguistico per produrre codice polimorfico: codice che cambia forma per ostacolare il riconoscimento da parte delle difese. Studiare un singolo campione offre quindi una visione parziale.
CAIRN, acronimo di Cognitive Artifact Intelligence Research Network, cerca gli indizi dell’integrazione dell’IA: prompt, riferimenti ai servizi dei fornitori, chiavi API e logiche di orchestrazione. “Lascia delle API, lascia dei prompt”, osserva Ghizzoni descrivendo le tracce prodotte dall’uso di questi strumenti. L’obiettivo è collegarle per individuare famiglie di malware, infrastrutture condivise e relazioni fra campioni.

Il framework usa i metadati di VirusTotal, senza scaricare o eseguire i binari. Combina regole di classificazione, analisi delle somiglianze semantiche e grafi delle relazioni. Affianca il reverse engineering, l’esame del codice per ricostruirne il funzionamento. Talos avverte che i risultati richiedono verifiche: riferimenti all’IA e somiglianze fra campioni possono generare falsi positivi. CAIRN è uno strumento di ricerca, rilasciato il 22 settembre, e non un sistema che blocca automaticamente le minacce.
L’autonomia pone problemi anche quando gli agenti vengono impiegati per attività legittime. Ne è un esempio l’intrusione nei sistemi di Hugging Face compiuta da un agente durante una valutazione delle capacità informatiche di OpenAI. Secondo la ricostruzione pubblicata da Hugging Face, l’agente ha sfruttato una vulnerabilità per uscire dall’ambiente di isolamento e ha poi concatenato ulteriori passaggi per accedere all’infrastruttura della piattaforma.
Per Ghizzoni la protezione deve comprendere più livelli. “Il tema non è quanto è buona la sandbox”: occorre governare le attività consentite e limitare l’autonomia operativa. Il principio zero trust va esteso alle identità non umane. Anche un agente deve avere privilegi commisurati al proprio compito e poter accedere soltanto alle risorse necessarie. La velocità con cui può esplorare un sistema e cercare vulnerabilità richiede inoltre controlli durante l’esecuzione.
Bisogna conoscere gli agenti presenti nell’azienda e i permessi assegnati. Ghizzoni descrive l’integrazione, nelle soluzioni Cisco, di inventario, gestione delle autorizzazioni e analisi comportamentale. L’attenzione si estende ai dispositivi: modelli più leggeri permettono infatti di eseguire gli agenti anche su computer e server locali. Diventa “non soltanto un tema di accesso all’applicazione, ma anche un tema di end point”. Proteggere l’accesso a un servizio cloud copre soltanto una parte del percorso.
Correlare i dati, formare gli specialisti e analizzare il codice in locale
Secondo il report, il 38% delle aziende italiane dedica più tempo a raccogliere e collegare i dati provenienti da sistemi diversi che ad affrontare le minacce. Il 28% ha adottato in modo esteso soluzioni di sicurezza basate sull’IA. Solo il 6% rientra nella fascia che Cisco definisce Relentless Defenders, caratterizzata da ampia copertura, rapidità di risposta e pochi ostacoli organizzativi.
Ghizzoni collega questi limiti alla separazione fra i domini tecnologici. “Non basta più guardare in maniera, diciamo, separata i vari silos, ma bisogna correlare i dati”, afferma. Un incidente può coinvolgere identità, applicazioni e rete: se ogni gruppo osserva soltanto i propri segnali, ricostruirne la sequenza diventa più difficile. La governance deve definire accessi alle informazioni e responsabilità decisionali, per ridurre i ritardi nella risposta.
L’IA può alleggerire il lavoro ripetitivo degli analisti, dal confronto fra alert al triage di grandi volumi di log. Ghizzoni ritiene che abbia già attenuato una parte della carenza di competenze nelle attività operative di primo livello. Servono però specialisti nella progettazione dei processi e nella valutazione dei risultati.
Ghizzoni individua tre aree: ingegneria della sicurezza dell’IA, ricerca avanzata delle minacce e resilienza informatica interdisciplinare. Servono professionisti capaci di proteggere le infrastrutture dei modelli, formulare e verificare ipotesi sugli attacchi e collegare i domini tecnologici alle esigenze aziendali. Devono poter dialogare con vertici, fornitori e organismi di controllo. Sulla capacità di prendere decisioni Ghizzoni è esplicito: “Quella non la possiamo delegare alla macchina in questo momento”.

Un altro impiego dell’IA riguarda l’analisi del software. Antares-350M e Antares-1B, presentati da Cisco a luglio 2026, hanno rispettivamente 350 milioni e un miliardo di parametri. Sono small language model, modelli linguistici compatti specializzati nella localizzazione di vulnerabilità nel codice sorgente. Partendo da una descrizione del problema, esplorano un repository e indicano i file che potrebbero contenerne, conservando la traccia dell’indagine per la revisione degli analisti.
La possibilità di eseguirli in locale permette di mantenere il codice riservato nell’infrastruttura aziendale. Ghizzoni sottolinea anche il minore fabbisogno di calcolo rispetto ai modelli generalisti più grandi e l’interesse per università, pubbliche amministrazioni e PMI. Costi e risultati vanno comunque valutati sul carico di lavoro effettivo.
Cisco distribuisce questi modelli come open-weight, rendendone disponibili i pesi. L’accesso su Hugging Face richiede una richiesta e l’approvazione del fornitore. Antares supporta il triage delle vulnerabilità e può essere integrato nei controlli sullo sviluppo. Va affiancato a verifiche sulle dipendenze, test e gestione delle correzioni. Cisco partecipa inoltre a Project Glasswing, l’iniziativa promossa da Anthropic per individuare vulnerabilità nel software critico.
Resta il tempo necessario a intervenire dopo una scoperta. Ghizzoni richiama Hypershield come strumento per applicare protezioni compensative nell’intervallo fra l’identificazione di una vulnerabilità e la sua correzione. Trovare più vulnerabilità richiede poi di assegnare priorità, contenere l’esposizione e completare gli interventi.