Area Science Park scommette sul deep tech: un milione di euro per cinque startup

Il campus di Padriciano, sulle alture di Trieste, nel 1964 era un campo profughi. Oggi è la sede di Area Science Park, uno dei dodici enti pubblici di ricerca italiani vigilati dal Ministero dell’Università, e ospita laboratori di genomica, microscopia elettronica e supercalcolo. La presidente Caterina Petrillo ha voluto partire da quella trasformazione per spiegare il senso di Deep Tech Revolution, il programma con cui l’ente ha selezionato cinque startup a cui assegnerà complessivamente un milione di euro: metà in finanziamento diretto, metà in accesso alle infrastrutture di ricerca. La visione, ha detto, è quella di un ente pubblico che trasforma la conoscenza in tecnologia utile alla società, assorbendo quel rischio che il mercato non è ancora disposto a sostenere.

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I cinque progetti sono stati selezionati tra 80 candidature finalizzate, a loro volta filtrate da 187 manifestazioni di interesse provenienti da 14 regioni italiane. I numeri raccontano un ecosistema più diffuso di quanto ci si aspetterebbe: accanto ai poli prevedibili di Roma, Milano e Bologna, hanno presentato candidature anche Trieste, Padova e Pisa, con presenze significative da Puglia e Abruzzo. Risultati che la stessa Petrillo ha definito “molto incoraggianti”, anticipando che l’ente sta valutando una seconda edizione del bando per progetti che, pur non rientrando tra i cinque vincitori, hanno mostrato qualità elevata.

Cinque progetti, dalla chirurgia robotica alla space economy

Le cinque startup vincitrici coprono altrettanti ambiti del deep tech. Soundsafe Care, spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, sviluppa un dispositivo robotico che utilizza ultrasuoni focalizzati per l’ablazione di tessuti tumorali senza incisioni. Il cofondatore Andrea Mariani ha presentato il progetto ØSCAR 2.0, che rappresenta la quinta generazione di una tecnologia già validata in medicina veterinaria con marchiatura CE. La novità è il passaggio dall’ablazione termica a quella meccanica, basata sul fenomeno della cavitazione: velocità di trattamento più alta, miglior monitoraggio in tempo reale e minore suscettibilità agli effetti di trasporto del calore nei tessuti. Un dato di contesto: l’unico dispositivo comparabile approvato dalla FDA, focalizzato sulla terapia oncologica epatica, ha registrato un’exit da due miliardi di euro la scorsa estate.

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Yeastime, con sede a Roma, applica la stimolazione a ultrasuoni a bassa potenza alla coltivazione di microalghe e ai processi fermentativi. La startup ha già un prodotto certificato per l’industria brassicola con quattro clienti attivi in Italia e collabora con Lesaffre, il più grande produttore di lieviti al mondo, su applicazioni che spaziano dalla panificazione alla nutraceutica. Il cofondatore Pierfrancesco Mazzolini ha spiegato che con il progetto finanziato da Deep Tech Revolution l’obiettivo è portare la tecnologia sul mercato delle microalghe, dove in scala laboratorio hanno già ottenuto un incremento del 25% nella resa di biomassa. Il percorso comprende test su scala pilota in collaborazione con partner in Olanda.

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Sul fronte dell’energia, Novac di Modena lavora a supercondensatori in formato pouch, celle piatte che dimezzano l’ingombro rispetto ai tradizionali cilindri e possono essere integrate in gusci in fibra di carbonio. Il CEO Matteo Bertocchi ha usato una metafora efficace per spiegare la differenza con le batterie: queste sono maratoneti, accumulano tanta energia ma faticano con i picchi di potenza, mentre i supercondensatori sono centometristi, si caricano e scaricano quasi istantaneamente e durano fino a un milione di cicli. La startup ha raccolto 4,6 milioni di euro in tre round di venture capital e sta installando una linea pilota da 200 celle al giorno nella sede di Modena. Tra i progetti già avviati, uno con Iveco per mezzi pesanti e celle che voleranno in orbita nella missione di un produttore italiano di satelliti. Un fronte recente è quello dei data center per l’IA, dove ogni calcolo genera un picco di potenza istantaneo che i supercondensatori gestiscono meglio delle batterie.

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Magnetic Future, spin-off delle università di Bologna e Mercatorum, punta a risolvere un problema che pochi conoscono fuori dagli ambienti specialistici: gli alimentatori tradizionali dei magneti superconduttori sono enormi, ingombranti e dissipano quantità impressionanti di energia. L’amministratore delegato Giacomo Russo ha portato l’esempio del progetto DTT di ENEA Frascati, il più grande esperimento italiano di fusione nucleare: i suoi alimentatori occupano uno spazio grande quanto il reattore stesso e costano oltre un milione di euro l’anno in bolletta. La tecnologia sviluppata da Magnetic Future, basata sulle flux pump, promette di abbattere quel costo a meno di cinquemila euro. Il mercato globale degli alimentatori per magneti superconduttivi vale 1,2 miliardi di euro, con applicazioni che vanno dalla risonanza magnetica alla fusione, dalla propulsione spaziale alle turbine eoliche.

Infine SatEnlight, nata all’Università di Milano, sfrutta i cosiddetti vortici ottici per moltiplicare i canali di trasmissione dati su un singolo raggio laser. Il CEO Matteo Vismara ha portato una notizia fresca: lunedì la startup ha completato un test di trasmissione a 3,5 chilometri da Palazzo Lombardia a Milano, un salto significativo rispetto ai 500 metri precedenti. L’obiettivo con Deep Tech Revolution è arrivare a 10 chilometri, la distanza equivalente alla troposfera che la luce attraversa dall’orbita alla Terra. Raggiungere quel traguardo significherebbe TRL 7 per le applicazioni spaziali e, di fatto, TRL 9 per le telecomunicazioni terrestri. SatEnlight ha chiuso un round da quasi un milione di euro a fine dicembre e firmato tre lettere di intenti con operatori del settore satellitare che hanno valutato la tecnologia come integrabile con i propri terminali ottici esistenti.

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Il modello: ricerca pubblica come de-risking

L’elemento più interessante di Deep Tech Revolution non è il finanziamento in sé, che resta modesto rispetto ai round di venture capital, ma il modello sottostante. Ciascuna delle cinque startup riceverà 200mila euro, di cui la metà in servizi ad alta tecnologia: accesso ai laboratori di genomica ed epigenomica, microscopia elettronica, High Performance Computing, oltre a servizi di analisi brevettuale e di mercato. È la prima volta che Area Science Park apre le proprie infrastrutture di ricerca all’attività di R&D delle startup. E non è un dettaglio secondario: per Soundsafe Care significa poter validare il prototipo con le analisi istopatologiche del sincrotrone Elettra, per SatEnlight simulare la propagazione dei fasci ottici su 10 chilometri di atmosfera, per Novac caratterizzare la microstruttura degli elettrodi nella transizione dalla scala laboratorio alla produzione.

Il deep tech italiano sconta un problema strutturale: le tecnologie che nascono dalla ricerca di frontiera richiedono tempi lunghi e capitali pazienti che il mercato fatica a garantire nelle fasi iniziali. Un ente pubblico che mette a disposizione non solo fondi ma soprattutto infrastrutture può accorciare quei tempi e ridurre il rischio percepito dagli investitori privati nelle fasi successive. La commissione di valutazione, presieduta da Pablo Garcia Tello, capo sezione sviluppo progetti e iniziative UE del CERN di Ginevra, ha confermato la qualità delle proposte ricevute.

Petrillo ha sintetizzato il senso dell’operazione con una formula chiara: «Il progetto sostiene idee e iniziative ad alto rischio, che proprio per la loro natura innovativa incontrano maggiori difficoltà nel trovare finanziatori. Il ruolo di Area Science Park, in quanto ente pubblico di ricerca, può essere determinante nel creare le condizioni affinché queste progettualità possano emergere e svilupparsi, assorbendo una parte del rischio che il mercato non è ancora disposto a sostenere». Le cinque startup avranno ora dodici mesi di accompagnamento che include, oltre all’accesso ai laboratori, study visit internazionali e attività di networking strutturato. Se i risultati confermeranno le premesse, il modello potrebbe diventare un riferimento per chi cerca alternative al classico percorso acceleratore-venture capital nel deep tech.