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Apple e ARM, MacBook Pro 13 potrebbe essere il primo sistema. Cosa fare nell’attesa?

Quale sarà il primo sistema Mac provvisto di processore basato su architettura ARM? L’analista Ming-Chi Kuo, storico osservatore delle mosse della Mela, non ha dubbi: si tratterà di MacBook Pro da 13,3 pollici. Secondo Kuo la produzione prenderà il via nel corso del quarto trimestre del 2020, e sarà seguita da un MacBook Air con processore A-Series nel trimestre successivo e da altri portatili MacBook Pro di dimensioni maggiori nel secondo o terzo trimestre del prossimo anno.

In occasione del keynote di apertura dell’ultima WWDC, palcoscenico dell’annuncio di transizione a processori ARM, Apple aveva affermato che i primi sistemi basati su tale architettura sarebbero arrivati sul mercato entro la fine di quest’anno, lasciando il mistero sul nome del modello specifico. Per una transizione di questo tipo, però, la prospettiva più verosimile è parsa essere quella di un sistema portatile per la produttività personale quotidiana, e in questo la linea MacBook Air sembrava essere la scelta d’elezione.

Se effettivamente invece il debutto di ARM su Mac avvenisse con un sistema della linea Pro, il pubblico si aspetterà ragionevolmente la possibilità di utilizzare tale sistema anche per attività più onerose come l’editing di foto o video: potrebbe essere una strategia calcolata per dimostrare le capacità dei nuovi sistemi nell’eseguire attività che già vengono svolte con relativa disinvoltura da processori ARM su dispositivi quali iPad e iPhone.

Kuo avanza poi un’ipotesi che ci sembra, conoscendo le strategie commerciali di Apple, un po’ inverosimile. Secondo l’analista lo sviluppo in casa dei nuovi chip potrebbe consentire di abbassare il costo di produzione dei sistemi Mac e quindi comporre un listino prezzi meno oneroso rispetto all’attuale. Basandosi su questo ragionamento Kuo stima che Apple potrebbe commercializzare dai 18 ai 20 milioni di sistemi Mac nel 2021, rispetto ai circa 15 milioni di pezzi commercializzati nel 2019. Si tratta, ovviamente, di speculazioni da prendere per ciò che sono.

Ha senso, ora, acquistare un nuovo Mac?

Tuttavia, al di là di ipotesi e speculazioni, la domanda che gli utenti Apple si stanno ponendo in questo momento è: vale la pena ora acquistare un nuovo portatile con la Mela mordicchiata, o è meglio aspettare gli sviluppi della transizione quando si potrà capire con un po’ più di concretezza come si comporteranno i futuri sistemi basati su ARM?

Durante il keynote della WWDC la Mela ha baldanzosamente dichiarato di aver sviluppato una famiglia di SoC, i processori Apple Silicon, destinata ai portatili e desktop Mac in grado di offrire nuove funzionalità e “prestazioni incredbili”. Sappiamo quanto Apple sia adusa alle iperboli, ma queste non possono bastare per fidarci delle sue dichiarazioni. Del resto i dettagli concreti sono ancora impalpabili e non ci è dato sapere quali possano essere davvero i miglioramenti che la Mela ha in mente e tantomeno le capacità di calcolo dei futuri SoC e, di conseguenza, le prestazioni dei sistemi.

Certamente Apple può vantare un’elevata competenza nell’integrazione tra hardware e software, e una più che discreta esperienza nell’ottimizzazione dei chip ad alta efficienza destinati a dispositivi mobile: iPhone su tutti, ma anche Apple Watch. Verosimile, quindi, è l’ipotesi che la Mela sia in grado di realizzare anche sistemi desktop capaci di bilanciare meglio le prestazioni e il consumo energetico rispetto a quanto accade con le soluzioni di ora basate su CPU Intel. Attenzione: la parola chiave qui è “bilanciare”. Non per forza prestazioni elevatissime, non per forza autonomie interminabili: ma un punto di equlibrio ottimale tra i due aspetti.

A ciò bisogna aggiungere l’osservazione che in questi ultimi anni Apple ha sviluppato varie tecnologie proprietarie – basate proprio su chip specifici con architetture ARM – dedicate a funzionalità diverse, come il chip T2 presente negli attuali sistemi Mac che accorpa il controller di sistema, il processore del segnale video, il controller SSD, il “Secure Enclave” per la crittografia e tutto ciò che serve per la gestione della Touch Bar nei sistemi portatili.

L’incognita, ora oscura, delle prestazioni

C’è un grande “però”: attualmente nessun elemento concreto permette di ipotizzare quale possa essere il livello prestazionale dei futuri Mac con Apple Silicon: l’unico sistema reale disponibile oggi è il kit che la Mela mette a disposizione degli sviluppatori, che altro non è se non un Mac mini con processore Apple A12Z, lo stesso presente su iPad Pro. Ma A12Z è un SoC sviluppato lo scorso anno espressamente per iPad e immaginiamo che difficilmente potrà essere considerato un esempio attendibile delle effettive prestazioni dei sistemi Apple, notebook e desktop, basati su ARM.

Tra l’altro, provare ad indagare l’aspetto prestazionale con i dispositivi effettivamente ora disponibili, può essere solo fonte di confusione: da un lato, infatti, iPad Pro con Apple A12Z ha mostrato prestazioni, con app native ARM, superiori a quelle di MacBook Pro 13 pollici del 2019. Dall’altro lato i primi benchmark con software non ottimizzato ed effettuati sulle unità di sviluppo hanno restituito valori prestazionali in linea con i MacBook Pro del periodo 2013-2015.

Ripetiamo: sono dati ed elementi troppo aleatori per poter azzardare qualsiasi previsione.

Applicazioni per Intel/x86: cosa succede?

Il timore per chi, utente Apple, si troverà in futuro a passare ad un sistema con processore ARM è quello di non poter più usare applicazioni sviluppate per le architetture attuali. Apple, avendo in passato già affrontato una transizione simile col passaggio da PowerPC a Intel, ha già la soluzione pronta: si chiama “Rosetta 2”. Come la Mela ha spiegato nelle passate settimane, Rosetta 2 è un ambiente di traduzione completamente trasparente all’utente che si occupa di eseguire applicazioni x86 su architettura ARM. Apple dichiara che non vi sono “evidenti” differenze prestazionali tra un’app x86 nativa e una eseguita in Rosetta 2, ma ovviamente non possiamo conoscereo il grado di aletorietà di questa “evidenza”.

Apple ha poi assicurato che i sistemi Mac con processori Intel continueranno ad essere supportati per “molti anni” anche dopo aver completato il passaggio ad Apple Silicon (e tra l’altro la Mela ha in programma il rilascio sul mercato di alcuni altri sistemi con processori Intel), quindi è verosimile attendersi che chi acquisterà un sistema Mac-Intel adesso continuerà a ricevere supporto per tutto il ciclo di vita del dispositivo. Anche se, bisogna ammetterlo, la mancanza di precise indicazioni temporali sull’estensione del supporto può far sorgere più di qualche dubbio, soprattutto tra coloro i quali utilizzato sistemi Mac per impieghi lavorativi e professionali.

In ogni caso, almeno a livello di auspicio, gli sviluppatori dovrebbero iniziare a lavorare sulle nuove app praticamente da subito, velocizzando quindi la disponibilità di sempre più applicazioni native Apple Silicon. Senza contare, inoltre, che tutte le app per iOS saranno eseguibili nativamente anche su macOS. Da questo punto di vista, però, la buona notizia è che gli sviluppatori di grosso calibro, Microsoft ed Adobe per fare due nomi di peso, sono già al lavoro per realizzare le versioni native Apple Silicon dei propri software e, sempre prendendo per buone le dichiarazioni della Mela, i programmi della suite di creatività di Adobe funzionerebbero a dovere sulle nuove architetture.

Scusa un momento, ma Windows e Boot Camp?

Questo è il nodo cruciale di tutta la faccenda: come già sappiamo, Boot Camp non sarà più disponibile sui Mac con processori Apple Silicon, impedendo quindi l’installazione di Windows in forma nativa sui sistemi Mac. E con grossa probabilità neppure le soluzioni di virtualizzazione esistenti potranno supportare l’esecuzione di un ambiente Windows virtualizzato all’interno di macOS o, se ciò fosse possibile, con probabili ricadute significative sul lato delle prestazioni. Certo, esiste una versione di Windows compatibile con architetture ARM, che la stessa Microsoft usa con il suo Surface Pro X e che mette a disposizione solo in forma OEM a produttori terzi. Difficilmente, però, la vedremo su sistemi Mac.

Quindi: se avete bisogno anche di un ambiente Windows, i sistemi Mac con Apple Silicon potrebbero non essere la scelta adatta.

Le tempistiche della transizione

Apple ha indicato in 2 anni il completamento della transizione anche se, come detto, non ha dato indicazioni precise sul supporto futuro dei sistemi basati su processori Intel. Per provare ad immaginare una tabella di marcia realistica, possiamo però prendere spunto dalle tempistiche che Apple affrontò con la precedente transizione, da PowerPC a Intel: durante la WWDC di giugno 2005 Steve Jobs annunciò il passaggio ai processori Intel, affermando che sarebbe stato concretamente avviato a partire da giugno 2006 per completarsi entro la fine del 2007.

In realtà il passaggio avvenne molto più rapidamente: il primo sistema Apple con una CPU Intel arrivò sul mercato a gennaio del 2006, e per agosto dello stesso anno furono annunciati MacPro e Xserve: il primo fu immesso immediatamente in commercio, il secondo arrivò a fine 2006. In meno di un anno Apple aveva rinnovato tutte le sue linee di sistemi equipaggiandole con processori Intel.

E per quanto riguarda il supporto software? Mac OS X 10.6 “Snow Leopard” rilasciato ad agosto del 2009 fu il primo ad essere Intel-only, senza quindi poter funzionare sui precedenti sistemi con processori PowerPC, e contemporaneamente fu l’ultimo a supportare “Rosetta”, l’ambiente di traduzione che allora permetteva di eseguire applicativi PowerPC anche su sistemi Intel.

Insomma, nel giro di 5 anni dall’annuncio Apple aveva completato la transizione e gradualmente terminato il supporto ai sistemi con la precedente architettura. Ma allora al timone dell’azienda vi era il prorompente Steve Jobs: le mosse dell’attuale CEO, Tim Cook, sono più compassate e meglio pianificate ed è lecito sperare in un supporto, in ottica futura, più esteso e “rispettoso” della base utenti.

Acquistare un sistema Mac: aspettare o no?

La domanda è ovviamente sensata, soprattutto per chi è in possesso di un sistema Mac che sta già scontando, a livello di prestazioni, il peso del tempo e desidera una marcia in più. Se invece avete acquistato un sistema Mac “l’altroieri”, questa non è una domanda da porsi almeno per 3-4 anni: ma arrivati a quel punto lo scenario sarà più chiaro e la scelta meno complicata (anzi, sarà una scelta obbligata).

Le considerazioni esposte in precedenza relative alla mancanza di Boot Camp permettono di delineare un discrimine importante: per chi ha necessità di un ambiente Windows (nativo o virtualizzato che sia) e ha bisogno di aggiornare un vecchio sistema Mac ormai in affanno, l’acquisto ora di un sistema Mac con processore Intel è assolutamente sensato. A maggior ragione se l’aspetto prestazionale è un’esigenza rilevante: la totale incognita sulle prestazioni dei sistemi Mac con Apple Silicon rischia di far attendere inutilmente, specie pensando che difficilmente i primi sistemi in commercio saranno macchine di alta gamma. Certo in questo caso, il problema di trovare un’alternativa percorribile a Boot Camp è solo rimandato.

Se invece l’utilizzo principale del sistema Mac non prevede attività professionali, produzione lavorativa, ma si tratta semplicemente di un sistema di “uso quotidiano” e non, come si dice in gergo, “mission critical”, allora potrebbe valere la pena attendere i primi sistemi con Apple Silicon e scoprire quali sorprese porteranno: a fine anno non manca poi molto, e potrebbe essere un bel regalo per Natale.